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25 APRILE 1945 – OSVALDO GAVIOLI, partigiano.

Osvaldo Gavioli, partigiano

Me lo ricordo bene, lo ascoltavo a bocca aperta. Affascinata da tutte quelle storie che mi raccontava, attento a non spaventarmi troppo ma determinato nel farmele conoscere, perché non vengano dimenticate. Mai.

Lui era bellissimo, elegante nel suo metro e ottantacinque. Spalle larghe e magre gambe lunghe. Un viso nobile, sorriso spiazzante e occhi di ghiaccio. Grandi mani nodose e forti, che ci giocavo con il dito, seguendo le vene blu e i tendini come fossero strade. Sempre in ordine nel suo vestito grigio di sartoria, il nodo della cravatta perfetto, il colletto della camicia inamidato. Un garofano rosso nel taschino, i giorni di festa.

Quando aveva voglia me ne parlava, della guerra.

Di lui che, a sedicianni, venne imprigionato insieme al suo papà dalle camicie nere e rinchiuso in una vecchia cascina vicino a Mantova, nelle campagne dov’era nato, e che amava tanto.

Li avevano catturati mentre tentavano di sfuggire ai rastrellamenti, stando immersi nei canaletti fangosi che si trovano parte a strada, tra i campi di grano. Ore e ore al freddo, con l’umidità a intaccargli le ossa, nell’acqua putrida e scura, tra topi, ragni e pescegatti. Nascosti sotto quello strato di vegetazione viscida fatta di muschi e ninfee che galleggiano a pelo d’acqua, con una cannuccia in bambù in bocca, per respirare. Lui, che il mare non lo aveva mai visto, e che non sapeva nuotare. Con la paura di essere braccato.

Dopo averli tirati fuori dal fosso li avevano tradotti a calci in una cascina requisita dal governo fascista e trasformata in carcere per dissidenti, e lì iniziò la loro tortura: padre e figlio massacrati di botte a turno, uno davanti all’altro, in modo che il dolore di vedere il proprio papà o il proprio ragazzo pestati a sangue li spingesse a confessare.

Erano partigiani.

Erano contro il regime.

E questo bastava a renderli uomini senza il diritto di vivere. Ma c’è di più. Il mandato di cattura nei loro confronti li accusava di cose enormemente più gravi.

Non so bene come andarono i fatti, non so chi li abbia traditi. Chi abbia denunciato le loro azioni di disturbo messe in atto nella primavera del ’45, sulle sponde del Po e del Mincio, una delle aree strategicamente più calde del nord Italia, durante le fasi finali della guerra. Quando l’occupazione tedesca, che piano piano veniva ricacciata a nord della linea gotica dagli Alleati e dalla Resistenza, stabilì nella Bassa Padana una delle sue ultime, sanguinarie roccaforti.

Lui e suo padre erano lì, a dare fastidio a qualcosa di enormemente più grande di loro. Contro un’armata intera, lui che aveva appena smesso di portare i calzoncini corti. Con la sua brigata presidiava i ponti dei fiumi e, soprattutto, disturbava le comunicazioni belliche andando in giro per la Bassa a tagliare i cavi delle linee telefoniche. Era questa la colpa.

Ma la tortura non funzionò, non dissero nulla. Incassarono i colpi dei loro compaesani –gli stessi con i quali giocavano a carte al bar, fino a qualche anno prima- senza dire una parola. Non tradirono i compagni. Non tradirono la loro voglia di libertà.

Del padre non so più cosa successe, come fece a cavarsela. Ma se la cavò. Tornò a casa sua, dove nascondeva armi e compagni e dove finì la guerra. Morì anni dopo di tetano, bucandosi il piede con i rebbi di un rastrello: fine curiosa, dopo essere sopravvissuto a due guerre (cavaliere a cavallo nel 15-18 sul Brenta, partigiano non-comunista nel ’45).

Il ragazzo, invece, non ebbe la stessa fortuna e finì sul vagone di un treno merci. Direzione Germania. Lui, che non era mai uscito dal suo paesino di quattrocento anime se non per andare in città a comprare le sementi o qualche capo di bestiame. Lui, da solo. Sono certa che chiamasse la Rosina, sua mamma, al buio di quel vagone cieco.

Arrivato al confine con l’Austria, di notte, la sua bellezza gli disse bene.

Una donnona austriaca, nel suo ruolo di capò impiegata alla chiusura delle porte dei vagoni merce, vide questo ragazzino dal viso d’angelo e ne ebbe pietà: lo fece scendere dal treno e gli fece cenno di correre. E lui scappò, nel buio della notte. Corse, come se non avesse più un cuore, né i polmoni, né le gambe. Corse, che la testa gli diceva solo di correre veloce, via da lì.

In casa, ogni tanto, ci chiediamo come abbia fatto. A tornarsene a casa a piedi. Evitando i posti di blocco dei tedeschi, gli squadroni di camicie nere, le strade che non conosceva, il freddo, la fame e tutti quei chilometri in mezzo alla guerra.

Non si sa come, ma a casa di sua madre ci arrivò. E aspettò il 25 Aprile del ’45 nascosto dai rastrellamenti, lui e quella paura che non lo abbandonò mai.

Osvaldo Gavioli, partigiano

La guerra gli lasciò in eredità una leggera balbuzie, figlia di quel terrore che aveva provato mentre il fattore suo vicino di casa picchiava il papà. Cosa di cui si vergognava come se fosse colpa sua.

E gli incubi, indelebili, che lo hanno fatto urlare nella notte fino all’ultimo, quando la malattia che gli ha consumato la memoria gli ha tolto tutti gli altri ricordi: “Rosa, i tedeschi!”.

25 Aprile 2015- 70# Liberazione

La Repubblica che contribuì a formare gli riconobbe un attestato di merito per le sue azioni, e lui lo conservò con orgoglio, immagazzinato tra i suoi ricordi di ragazzo. Ricordi che mi ha consegnato mentre mi insegnava che la libertà, nella vita, è un valore che va conquistato.

Non è un diritto, ma un dovere da difendere.

E, nonostante queste storie ci possano sembrare così lontane nel tempo -che 70 anni tondi son lunghi-, il nostro dovere è non dimenticare. Che bestialità del genere potrebbero capitare ancora e ancora, e allora il suo sacrificio, e quello di migliaia di altri giovani che non ebbero lo stesso destino, sarebbe del tutto inutile. E non è retorica.

Era un partigiano, non voglio che nessuno lo dimentichi.

Si chiamava Osvaldo Gavioli.

Era coraggioso, era bellissimo e, soprattutto, è mio Nonno.

 

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